Il numero di società immobiliari che portano i libri in tribunale cresce in maniera esponenziale. Anche tra le cooperative. Si tratta per lo più di piccole o medie realtà a cui le banche tolgono le risorse finanziare spesso incuranti dello stato patrimoniale che è pur buono. Un dramma che sta portando un danno enorme all’economia e alle famiglie perché dietro ogni situazione di fallimento non c’è solo un imprenditore ma anche decine e decine di famiglie. Non si sta parlando del grande gruppo, della società di grandi dimensioni che tra avvocati, consulenti, azionisti può disporre di una serie di strumenti per ristrutturare il debito o per congelarlo.

Purtroppo qui si tratta di piccole realtà che con la banca hanno sempre avuto rapporti normali e tradizionali basati su un rapporto di fiducia comunque garantiti da beni personali dei proprietari. Al massimo l’interlocutore bancario per queste imprese è stato il direttore di filiale o il funzionario centrale responsabile del settore immobiliare. Mai sono stati adottati strumenti che andassero al di là del finanziamento per cassa o ipotecario sui beni. L’effetto dirompente di questi fallimenti è anche di tipo sociale perché tutti gli immobili in cantiere rimangono fermi e bloccati, spesso ingenerando anche dolorosi contenziosi con i futuri proprietari che hanno anticipato somme a titolo di acconto. A volte gli incagli sono di qualche centinaia di migliaia di euro o al massimo un paio di milioni: cifre che con le prime vendite verrebbero subito incassate a sistemazione dello scoperto. Possibile che non si possa fare nulla per queste realtà di ridotta dimensione? Nessuno se ne interessa? Quale azione può essere richiesta ad una banca perché si astenga dall’intervenire in modo radicale e definitivo mandando a rotoli spesso non solo una società ma un gruppo familiare con tradizioni consolidate nel mondo delle costruzioni o dell’edilizia?

Mi pare che nessuno si attivi veramente per trovare come salvare queste imprese e i loro addetti. Tanto meno le banche che applicano criteri di giudizio schematici e per nulla flessibili come se non fosse possibile trovare delle soluzioni meno drastiche.

Oltretutto, ma è storia vecchia e risaputa, le stesse banche non risolvono nulla con queste procedure perché alla fine non recuperano i soldi e si trovano in pancia iniziative immobiliari che non possono gestire. Pensare di uscire dalla crisi guardando solo alle società quotate o alle SGR o ai gruppi di rilevanti dimensioni è fuorviante e pericoloso. Se non si salva questo tessuto elementare ben difficilmente anche chi sta a monte della filiera avrà modo di svilupparsi e crescere. Viene da ridere (anzi da piangere) a pensare che i sindacati stanno facendo una lotta per salvare qualche tutela ai lavoratori dipendenti che un posto comunque ce l’hanno e non dicono una parola per venire incontro a questi numerosi casi di difficoltà. Come se esistessero cause più nobili e di “visibilità” maggiore sui media.

Il numero di lavoratori che ogni giorno perde il posto di lavoro in un’impresa edile o di costruzioni è infinitamente maggiore di quelli che potrebbero rischiarlo senza la tutela dell’art. 18. O peggio se cadesse l’unico governo possibile oggi in Italia.